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Capita una volta sola


di Thor95
12.09.2026    |    2.559    |    1 9.8
"Al primo piano, alla finestra, a piedi scalzi, appoggiata al davanzale, a guardarmi andare via..."


Vi devo raccontare una cosa che mi è successa a Firenze, così, per caso. Senza cercarla.

Ho 36 anni, mi chiamo Thor95, lavoro, giro tanto. Quel martedì avevo un appuntamento in zona Gavinana che mi salta all'ultimo. Sono in anticipo, mi gira aver fatto strada per niente. Giro due volte e trovo un buco per parcheggiare sotto un palazzo normale, di quelli anni 70, con le persiane marroni. Primo piano con una finestra grande, tende bianche.

Spengo il motore, abbasso il finestrino a metà. Fa caldo già alle 7:40, aria di fine agosto. Metto il sedile un po' indietro, guardo il telefono ma non ho voglia di fare niente.

7:42 spaccate. La finestra del primo piano si apre.

Ragazzi, vi giuro. Esce lei.

Canotta bianca larga che le scivola su una spalla, capelli bagnati legati alla rinfusa, viso senza trucco, occhi ancora un po' assonnati. Con una bottiglia d'acqua in mano. Si appoggia al davanzale e prende aria.

Alza lo sguardo e mi vede. Sono proprio sotto di lei, non posso nascondermi. Le faccio un cenno con la testa, tipo "scusa, sto qui". Lei non si scansa. Mi fissa. E poi mi sorride. Un sorriso lento, di quelli che capisci subito.

In quel momento sento una voce dentro casa. Uomo. "Amore, hai visto le chiavi? Esco, torno tardi stasera, ho riunione fino alle otto." Lei si gira un attimo: "Sì, vai tranquillo."

Sento la porta di casa che sbatte. Due secondi dopo si apre il portone del palazzo sotto di lei. Esce lui. Borsa da lavoro, bici da corsa, cuffiette nelle orecchie. Monta e sparisce verso Viale Europa, senza mai guardare su.

Rimaniamo io e lei.

Ve lo giuro, c'è stato un silenzio di dieci secondi che è durato un'ora. Io la guardo dal basso, lei mi guarda dall'alto. Non c'era più la strada, non c'erano più le macchine.

Poi lei, senza dire una parola, mi fa cenno con l'indice. Un gesto lento. Sali.

A 20 anni sarei salito di corsa. A 36 ci pensi mezzo secondo, ma capisci anche che se non sali in quel momento te ne penti per mesi. Ho guardato a destra e sinistra, ho spento tutto, ho preso il telefono e sono sceso.

Attraverso la strada. Il cuore mi batte in gola come quando stavo per entrare all'esame più difficile. Salgo un piano di scale, odore di pulito, di case vecchie.

Arrivo al primo piano, la porta è già socchiusa.

Mi apre lei, a piedi scalzi. Da vicino è ancora più bella. Profuma di doccia appena fatta.

"Sei salito davvero", mi sussurra, quasi sorpresa di se stessa.

"Mi hai chiamato tu."

"Lo so. È da una settimana che ti vedo qui sotto. Ogni mattina. Ho pensato, se oggi ti rivedo, ti invito."

Entro e lei chiude la porta alle mie spalle. Sento il click della serratura. Quel click mi è rimasto in testa.

La casa è in penombra, persiane mezze chiuse. In cucina la moka borbotta. C'è un tappeto chiaro, un divano grande, disordine da casa vissuta.

Mi versa un caffè ma ci tremano le mani a tutti e due, lo posiamo sul tavolino senza berlo.

Ci sediamo sul divano. Vicinissimi. La mia gamba contro la sua. Non ci tocchiamo ancora, ma sento il calore.

Le dico: "Ho 36 anni, Thor95. Non sono qui per giocare."

Lei mi guarda dritta negli occhi: "Si vede. È per quello che ti ho chiamato. Sei l'unico che mi guarda come un uomo, non come un ragazzino."

Le prendo il viso tra le mani. Ho le mani grandi, un po' ruvide dal lavoro. Lei chiude gli occhi e si lascia andare.

La bacio.

Ragazzi, vi dico solo che è stato uno di quei baci che non capitano spesso nella vita di un uomo. Lento all'inizio, per chiedere permesso, poi è esploso. Lei mi ha tirato a sé, io l'ho stretta per la vita, le sue mani sulla mia nuca, le mie tra i suoi capelli ancora bagnati.

Ci siamo alzati senza mai staccarci, abbiamo rovesciato quasi il tavolino, siamo arrivati in camera sua camminando abbracciati. La camera semplice, letto grande già sfatto, la luce di Firenze che entrava a lame dalle persiane. Fuori si sentivano gli autobus, i motorini, la vita normale che andava avanti. Dentro eravamo fuori dal mondo.

Da qui in poi non vi faccio il film porno, perché un uomo di 36 anni non racconta i dettagli agli amici per fare il figo. Un uomo vero dice: siamo rimasti in quella camera fino a mezzogiorno passato.

Siamo stati insieme per ore. Ore in cui non esisteva l'orologio. Ci siamo presi con calma, con voglia, ridendo, sussurrando cose che si dicono solo in quei momenti. Lei mi guardava sempre negli occhi, mi diceva piano il mio nome. Io ho fatto lo stesso. È stata una di quelle mattine che ti ricordi per anni, non per cosa avete fatto, ma per come ti sei sentito.

Verso mezzogiorno e mezzo ci siamo alzati. Lei si è rivestita davanti a me senza vergogna, io ho fatto lo stesso. Mi ha sistemato la maglietta, mi ha aggiustato il colletto con le mani, come se fossi suo da una vita.

Sulla porta, prima di farmi uscire, mi ha preso la faccia tra le mani e mi ha dato un ultimo bacio lungo, lento, e mi ha detto all'orecchio, con la voce ancora bassa:

"Thor95, domani stessa ora. Parcheggia di nuovo qui sotto. Io ti aspetto."

Sono sceso le scale piano, con le gambe molli. Sono uscito dal portone, il sole di Firenze mi ha accecato. Ho attraversato la strada, sono risalito in macchina. Sono rimasto un minuto con le mani sul volante, senza accendere.

Ho alzato gli occhi nello specchietto retrovisore.

Lei era ancora lì. Al primo piano, alla finestra, a piedi scalzi, appoggiata al davanzale, a guardarmi andare via.

E io, in quel momento, ho capito che l'indomani sarei tornato alla stessa ora.

Questa è la mia storia. Trovata per caso. Vissuta davvero.
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